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Violenza domestica? Basta una multa

by Emanuela

In un mondo civile che si preoccupa sempre più di tutelare le donne e i bambini dalla violenza domestica, ecco che la Russia decide di andare contro corrente. A quanto pare la brillante proposta di legge, presentata dalla deputata (sì, da una donna) Yelena Mizulina, declassa i maltrattamenti familiari da reati penali a sanzioni amministrative.
Così se un uomo gonfia la moglie come ‘na zampogna a suon di botte, dovrà pagare una multa come se parcheggiasse in divieto di sosta. E questo vale anche per i figli. 500 dollari di multa e la questione diventa penale solo se il reato viene reiterato. Insomma della serie alle prime costole rotte o setto nasale frantumato, una multina è sufficiente.

Quando ho saputo di questa cosa assurda, che per ora è passata nel ramo basso del parlamento russo e attende l’approvazione della parte alta che pare essere solo una formalità, pensavo che non potesse essere vero. Allora cerco un po’ di notizie, ed è ancora peggio. Leggo che secondo il presidente della Duma, Viaceslav Volodin, la depenalizzazione dei maltrattamenti in famiglia è una “condizione per creare famiglie forti”.

Il 30 gennaio scorso sul sito di Amnesty International si leggeva “Questo progetto di legge è un tentativo nauseante di legalizzare le violenze domestiche, su cui le autorità russe per molti anni hanno preferito chiudere un occhio”. Così Amnesty International ha commentato l’approvazione definitiva da parte della Duma russa del progetto di legge per depenalizzare i maltrattamenti in famiglia, salvo in caso di recidiva. La legge dovrà essere approvata dal Senato per poi essere firmata dal presidente Putin.”

In un Paese come la Russia, dove le stime delle violenze domestiche sono difficile a causa della tendenza a non denunciare, pare che ci siano circa 14mila i decessi per violenza domestica. Quasi 40 ogni giorno. In un ottica del genere ci si aspetterebbe dal governo una presa di posizione in senso opposto, una strategia di supporto alle vittime e di sostegno ai più deboli, non di certo una legge che dica al mondo che in fin dei conti non è poi una cosa così grave.
E magari ci si aspetterebbe anche una politica che fosse più attenta a problematiche come l’abuso di alcol, che spesso è fortemente collegato anche alla violenza in famiglia.

E in questo quadro drammatico, pare (il condizionale è d’obbligo) ci metta il suo piccolo carico anche l’amico oltreoceano di Putin, il neo presidente americano Donald Trump. Nessuna legge che depenalizzi la violenza domestica, ma “solo” un appunto di dress code lievemente sessista e discriminatorio.

Da alcune indiscrezioni dei media americani, pare che Stephen Miller avrebbe fatto trapelare una richiesta particolare del cotonatissimo Ronald: sembra che abbia imposto al suo staff un dress code che riguarda soprattutto il personale femminile, al quale viene appunto chiesto di vestire “come donne”. Nello specifico agli uomini sarebbe richiesto l’uso della cravatta, mentre per le donne, si tratterebbe di un ritorno ad uno stereotipo che vedrebbe le donne associate a gonna e tacchi alti.

Certo, nulla a che vedere con la presa di posizione della Duma russa, ma che dire, ci si aspetterebbe di andare avanti, di superare sempre di più le differenze fra i sessi, di vedere finalmente rispettate le donne. E invece in alcuni momenti si torna irrimediabilmente indietro. Per la Russia il discorso è davvero serio e delicato, ma per rispondere alla richiesta del ciuffo più indomabile degli States, migliaia di donne del web gli hanno già risposto su Twitter con un hashtag  e splendide immagini: donne poliziotto, chirurghi in sala operatoria, archeologhe, operaie, scienziate, in molte hanno posato con le loro divise da lavoro.

E per noi italiane, posto la foto della Samantha Cristoforetti: #dresslikeawoman

 

 

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